da IlMessaggero.it

di Francesco Malfetano

«Appare ormai impossibile immaginare cultura e società come estranee alla questione dell'informatica, delle reti e dei mezzi di comunicazione digitale». Jeffrey Schnapp, 64 anni, non è solo il direttore del MetaLab di Harvard, uno dei principali centri di ricerca internazionali in cui si integrano cultura umanistica e dimensione digitale, ma è soprattutto uno dei più brillanti lettori della contemporaneità. Nel suo pensiero l'approccio multidisciplinare e la contaminazione tra storia, filologia, letteratura e «i nuovi strumenti» a disposizione degli studiosi, tessono la trama del futuro più prossimo delle nuove generazioni. 

Un approccio innovativo al domani (già gli è valso decine di riconoscimenti in tutto il mondo) che presenterà alla giornata finale della Luiss Freshers' Week, la settimana dedicata dall'Università romana all'accoglienza delle matricole. Nella sede di Viale Pola, alla presenza della vicepresidente Paola Severino e del Presidente Vincenzo Boccia, per la prima volta al vertice dell'Ateneo, questa mattina Schnapp dialogherà insieme al Rettore Andrea Prencipe e al Direttore Generale Giovanni Lo Storto, proprio sulla rapida evoluzione dei saperi e sulla loro trasversalità.
Lei è ricercatore, designer, umanista, storico e molte altre cose. Come si definirebbe? 
«Io per autodefinirmi uso i due impegni più importanti che assolvo: il primo è quello che corrisponde alla mia attività scientifica come professore ad Harvard e fondatore del MetaLab, per cui mi definisco designer del sapere. È un titolo che ho inventato e che mi pare possa contenere le sfide di costruire e comunicare il sapere sia nelle sue forme tradizionali che mutano nel contesto del digitale, sia le nelle discipline che nel tempo stanno facendo emergere nuove aree di produzione di dati». 
Il secondo impegno, invece?
«Da quattro anni sono uno dei co-fondatori di Piaggio Fast Forward, un'iniziativa legata alla celebre azienda italiana a cui lavoro con grande passione, immaginazione e creatività per comprendere la mobilità leggera del ventunesimo secolo. Non vogliamo perfezionare veicoli già esistenti per quanto, quando si parla di futuro della mobilità si pensa sempre alle macchine a guida autonoma, cioè al passaggio dall'uomo al volante al software al volante, noi ne creiamo altri di modelli di mobilità. Il nostro lavoro verte sull'idea della pedonalità, il camminare che è la forma più elementare e antica o anche la meno tecnologica in teoria. Noi siamo convinti - un po' come tutti i medici e i parametri utilizzati per calcolare i tassi di benessere - che con machine learning, robotica e intelligenza artificiale possiamo rafforzare il ruolo centrale del mondo pedonale». 
In che modo? 
«Abbiamo realizzato Gita che è un robot pedonale, un trasportatore intelligente che segue e supporta chi si muove a piedi. È un sistema pulito e sostenibile che usa la navigazione ottica per seguire il proprietario e che conosce i codici del mondo pedonale. Sa come spostarsi per non dare fastidio agli altri e sa come comunicare i suoi comportamenti tramite suoni e luci. Lo lanceremo sul mercato americano entro la fine del 2019 e contiamo di contenere i prezzi in modo da essere vicini a quelli di uno scooter tradizionale».
Oltre all'innovazione tecnologica applicata però, lei è noto per occuparsi di Digital Humanities. Di cosa si tratta?
«Ancora oggi noi viviamo all'ombra di una discussione tra due culture diverse cominciata dall'inizio del dopo guerra: informatica e scienze umane. È sempre più difficile che chi come me si occupa di contemporaneità, possa immaginare la cultura e la società come estranee alla questione dell'informatica, delle reti, dei mezzi di comunicazione digitale tutti i modi in cui lo spazio civico e le istituzioni sono state modificate. L'umanistica digitale è lo spazio in cui questo dialogo si svolge nel presente. Si riflette su cosa potrebbe diventare il sapere umanistico con tutta una nuova serie di strumenti che abbiamo a disposizione». 
Quale potrebbe essere un esempio pratico? 
«Qualsiasi piattaforma di esplorazione di nuove forme di cultura. Fino a prima dell'introduzione dell'informatica nelle scienze umane, il sapere tradizionale era orientato verso una conoscenza molto approfondita di un numero limitato di cose. Un esperto della letteratura del Settecento, ad esempio, conosceva perfettamente 200 libri dell'epoca e tanto bastava. Con i Big Data e tutti gli strumenti analitici a disposizione ora, uno studioso oggi può lavorare con 200 mila libri o magari 2 milioni. Questo cambia non solo le domande da porsi ma consente anche di immaginare nuove forme di ricerca».
A quali strumenti fa riferimento? 
«Ogni forma di ricerca tende ad imporre uno strumentario specifico. La diffusione quasi universale degli smartphone ad esempio, ha creato di per sé dei database quasi infiniti. L'ubiquità dei computer connessi alle reti è un elemento fondamentale nell'esplorazione di possibilità di coinvolgimento della popolazione. Sta agli studiosi capire come approcciarsi a questi, con software specifici oppure, appena li governeremo meglio, con Intelligenza Artificiale, machine learning e deep learning». 
Che futuro ci attende, quindi? 
«Un futuro ricco di nuove rappresentazioni governato dalla nuova possibilità di zoomare su aspetti della società, della cultura e dello spazio che fino ad oggi non eravamo in grado di conoscere. L'importante però è non tenere solo ai dati intesi come numeri ma usarli in maniera qualitativa, approfondendoli e trovando sfumature. Riflettere la complessità senza ridurre tutto agli standard. Sono tutti compiti che fanno parte della tradizione umanistica che però, ora che ha sposato l'informatica, sono davvero un'opportunità nuova».