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di Max Bruschi (Ispettore tecnico, Professore di diritto e legislazione scolastica, discipline che insegna presso l'Università Bicocca di Milano e l'Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli)

"Provo a mettere un poco d’ordine normativo. Con tre premesse necessarie. La prima. Nel corso della mia carriera, tra ispettivi, visite alle scuole, ispettivi in reiterazione del periodo di formazione e prova, ho visto all’opera parecchie decine di maestre e maestri di varia qualità professionale.

 

Non sto parlando di metodi di insegnamento (tradizionale, Montessori, cooperativo, classe capovolta, etc. etc,), ma di efficacia dell’azione didattica, che non dipende strettamente dal metodo usato, ma dalla possibilità e capacità di “insegnare”, di “fare segno” facendo acquisire alle classi gli apprendimenti previsti. La gamma di ciò che ho visto va dallo zero (nel senso che mancavano i requisiti minimi… il parlare perlomeno in un italiano corretto) al 10 e lode. In alcuni casi intervenire era di mia competenza, in altri ho fatto il mio bravo “a latere” (se entri ad esaminare l’insegnate A, e la B non riesce a far altro che urlare nelle orecchie a un autistico, rilevo il comportamento di B e trasmetto, ma per come sono le norme non posso torcergli un capello). Ho incontrato ottimi diplomati magistrali (titolo spesso accompagnato da una ulteriore laurea, da un diploma Isef, di conservatorio, etc.) e pessimi. Nessuno dei pessimi era, peraltro, entrato per concorso, ma grazie a infornate dirette (i vari percorsi riservati) o indirette (idoneità a botte di decine di migliaia del concorso ordinario e riservato del 1999 o del 1990). Tra gli abilitati SFP (che, ad oggi, sono comunque una minoranza tra gli insegnanti di infanzia e primaria) ho riscontrato, perlomeno, una buona qualità: non solo nella padronanza delle metodologie, ma nell’efficacia dell’azione didattica.
Secondo. L’esperienza data dal servizio, di per sé, non dice nulla sulla qualità del servizio stesso e dell'insegnante. Aver maturato venti anni di supplenze non significa aver maturato venti anni positivi. Se il supplente non funziona (e per accorgersi che non funziona didatticamente, occorre o che le famiglie ne siano consapevoli, o che il preside, come piace a me, ma come di rado accade – anche per lo stracarico di lavoro amministrativo – giri per le classi, perché i bambini di norma non protestano..), difficilmente si fa qualcosa. Occorrono almeno un paio di mesi per mettere assieme le carte e per fare la preistruttoria; è necessario vincere il malanno della “colleghite” o del “tanto ce ne sono tanti così”; supplicare gli UST di inoltrare ai coordinamenti ispettivi e sperare che i coordinamenti decidano di mandare qualcuno, vista la massa di priorità inversamente proporzionale al numero di ispettori; non temere il contenzioso successivo e lo scatenarsi dei sindacati, dato che poi il licenziamento per motivi didattici spetta al DS stesso. Diversa e più probante, in linea generale, l’esperienza nelle paritarie, che nella primaria sono generalmente di qualità e dove l’attenzione alla selezione del personale è alta.
Anche sul periodo di formazione e prova, l’attenzione non è (in generale) granitica come dovrebbe, e troppo spesso i tutor sono scelti non sulla base di specifici requisiti (pure dettati dalla norma… ma il primo, che la norma non può dettare e che deriva dalla discrezionalità del DS, è l’essere immuni dalla colleghite: il medico pietoso "ammazza" culturalmente generazioni di bambini), ma su base anagrafica o volontaria. La maggioranza delle scuole trova lo sforzo inversamente proporzionale al risultato (“tanto l’anno prossimo non c’è più”), senza curarsi del fatto che tollerare insegnanti inadeguati significa violare il principio costituzionale del diritto ad apprendere, innanzitutto per chi non ha a casa nessuno in grado di sopperire alle lacune del servizio scolastico, e creare un danno protratto nel tempo.
Terzo. Se si concepisce il comparto istruzione come un immenso ufficio di collocamento, le lacrime spese sulle sue lacune sono lacrime di coccodrillo, da qualsiasi parte provengano. Ogni accesso privo di selezione o con una selezione solo virtuale porta a immettere in ruolo anche persone con uno standard inadeguato. Le stesse persone, si dirà, cui si concede di far supplenze. Vero. Ma non è che un male si cancelli con un altro male, maggiore e definitivo, o lo giustifichi all'insegna del "tanto peggio".
Veniamo al dunque. Il sistema che la nostra Costituzione ha dettato per la verifica dello standard professionale e per l’assunzione a tempo indeterminato è il concorso. Per anni, la scuola ha affiancato (e sovente di fatto sostituito: la lunga pausa concorsuale tra il 1999 e il 2012) al concorso la graduatoria per titoli. Nel 2007, il parlamento e il ministro Fioroni hanno deciso di sbaraccare la seconda gamba per graduatoria del reclutamento. Con deroghe (in ultimo, le GMRA, giustificate da un cambiamento di sistema nella formazione e reclutamento della secondaria), il parlamento ha tenuto duro ed evitato una riapertura generalizzata (sia pure con un tentennamento, destinato ai laureati in SFP dell’ultimo ciclo di vecchio ordinamento “anticipatari”) delle GAE.
Al di là dei problemi contingenti di varie sottocategorie, il sistema di reclutamento per infanzia e primaria, ad oggi, prevede: lo scorrimento della GAE sino ad esaurimento per il 50% dei posti, di anno in anno, vacanti e disponibili (e in molti casi, l’esaurimento è dietro l’angolo); le graduatorie di merito concorsuali per il restante 50% (o più), con concorsi da bandirsi ogni tre tornate di nomina.
Il parlamento ha portato da tre a quattro i turni di nomina per l’ultimo concorso 2015/16. Non ne conosco e non ne capisco le motivazioni “sistemiche”, ma così è. Nelle GM, vanno indubbiamente tutelati vincitori dei vari concorsi regionali, che hanno maturato un diritto all’accesso ai ruoli in virtù dei cambiamenti apportati al Testo Unico. Ma vanno indubbiamente tutelati anche i diritti di tutti i soggetti, dm o sfp, che hanno o avranno un titolo di abilitazione, con concorsi da bandirsi a cadenza regolare. Perché ogni inceppamento del sistema, porta alla richiesta di deroghe, e le deroghe sono un vulnus alla qualità del sistema.
La sentenza della Plenaria del Consiglio di Stato ha chiuso una strada che si era aperta due anni fa. Se avesse deciso diversamente, avrebbe garantito l’accesso alle GAE ad alcune decine di migliaia di aspiranti diplomati magistrali, senza alcuna selezione se non un “esame di maturità” dato perlomeno 15 anni or sono, soggetti che hanno avuto a disposizione almeno (prendendo a riferimento l’ultima coorte di diplomati 2001/2002), 7 cicli di laurea in SFP vecchio ordinamento che per legge garantivano l’accesso alle permanenti e due concorsi (2012 e 2015: banditi dunque regolarmente) per accedere ai ruoli. Ma non lo ha fatto, con motivazioni di puro diritto. Ai DM, a legislazione invariata, è garantita la partecipazione ai concorsi successivi, alla pari dei laureati in SFP di nuovo ordinamento.
Ma vi è di più. La declaratoria del corso di laurea in SFP del DM 249/2010 e le Indicazioni Nazionali 2012 (in maniera indiretta, se vogliamo: ma nella generalità dei corsi di laurea in SFP costituiscono il “software”, il filo rosso che innerva gli apprendimenti), fissano gli standard professionali, infine certificati dal concorso e (purtroppo ancora prevalentemente sulla carta) dal periodo di formazione e prova. Si può (continuare a) consentire a platee più o meno vaste di soggetti di entrare in ruolo (aggiungo... entrare comunque in classe... ma forse è chiedere troppo) senza il possesso di questi standard, direttamente correlati alla qualità del sistema scolastico?
Certo. Si può fare. Più volte nella storia il Parlamento lo ha fatto. Ma a che prezzo? Vale pagare questo prezzo, che grava sui nostri figli e, soprattutto, sul loro futuro, in maniera determinante se il loro ambiente di vita è culturalmente basso? Vorrei che fossero queste le domande al centro del confronto.