da TuttoscuolA

Da quando il governo presieduto da Giuseppe Conte è entrato in carica (1° giugno) la scena politica è stata monopolizzata dall’attivismo mediatico di Matteo Salvini, che ha esternato praticamente ogni giorno avvalendosi di volta in volta di una delle sue tre diverse identità: quella di ministro dell’interno, quella di vicepresidente del Consiglio e quella di segretario della Lega (a cui ha aggiunto qualche volta anche quella di “papà”).

 

In questo modo, giocando d’anticipo con l’una o l’altra delle sue identità, ha occupato le prime pagine di giornali, telegiornali e social, andando molto al di là delle sue competenze di ministro di settore e imponendosi di fatto come uomo forte e vero leader del governo giallo-verde. Lo ha potuto fare perché può giocare su due tavoli: quello del ‘contratto’ con il M5S e quello – in caso di crisi e di elezioni anticipate – di candidato premier di una coalizione di centro-destra che secondo i sondaggi potrebbe anche governare da sola, visto il rifiuto dei pentastellati di coalizzarsi.

La parola chiave della campagna mediatica permanente di Salvini è la paura: paura dell’invasore che viene dal mare, paura della criminalità, soprattutto di quella comune, paura per la perdita del lavoro (vedi esodati della legge Fornero), paura per la contaminazione o la messa in discussione della religione tradizionale. Paura insomma della diversità nelle sue varie manifestazioni, cui Salvini contrappone l’utopia conservatrice del ritorno alle radici nazional-popolari: “Prima gli Italiani”…

Questa chiusura al ‘diverso’ non sembra destinata a trovare consenso nel mondo della scuola dove da sempre inclusione e integrazione rappresentano principi e valori di riferimento, predicati e praticati. A ricordarlo in questi giorni anche alcuni rappresentanti dei lavoratori, come il segretario della Flc Cgil Francesco Sinopoli: “ogni giorno migliaia di docenti nelle nostre scuole affrontano da vicino il tema dell’integrazione, s’impegnano nella didattica multiculturale, costruiscono le basi per mantenere tra gli studenti relazioni solidali e civili, così come prescrive la Costituzione e la tradizione culturale dell’Europa. I nostri docenti, le nostre scuole sono l’avamposto dell’educazione alla civiltà e al rispetto umano, per le persone, al di là del colore della pelle, della fede religiosa, della cultura di provenienza. E grazie a questa scuola di civiltà milioni di studenti italiani convivono fianco a fianco con centinaia di migliaia di studenti non italiani”.

La scuola italiana, ha dichiarato a sua volta Pino Turi, segretario della Uil Scuola, “è una scuola inclusiva, che non lascia indietro, né fuori, nessuno”, ed è la “base per la coesione sociale, per l’educazione, l’integrazione, lo sviluppo”. Solo guardando a questo modello di scuola, ha ricordato il sindacalista in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati (20 giugno) “possiamo superare la vocazione in atto alla separazione, agli elenchi, al censimento”. Trasparente l’accenno polemico al censimento dei Rom ventilato da Matteo Salvini due giorni prima.

Anche per la Cisl e il mondo cattolico le parole d’ordine sono accoglienza e inclusione. Se Salvini punta sulle elezioni anticipate, e lo fa spingendo sulla paura, non sarà certo il mondo della scuola a fargliele vincere.