da Scuolaoggi.org

di Antonio Valentino.

L’occasione della predisposizione, come mal si dice, del POFT 2019-2022, sulla base di una Piattaforma MIUR di riferimento nuova di zecca, ha creato, su questo documento un interesse maggiore rispetto al passato. Questo almeno si percepisce in giro.

C’è un’altra scadenza che spinge a parlarne. Le iscrizioni per il prossimo anno. Il 31 gennaio, l’ultimo giorno utile, è dietro l’angolo e i genitori si affannano per capire qual è la scuola migliore per il proprio figliolo. Quindi conoscere il POFT degli Istituti da prendere in considerazione è, per questi genitori, la cosa giusta da mettere in agenda.

 

A raccontarcela tutta, la lettura del POFT non sappiamo quanto possa essere decisiva per la scelta da fare. Ora, ogni scuola ha il suo sito, dove c’è tutto e anche di più. E in forme spesso accattivanti. E poi, gli open day sono occasioni molto più interessanti e utili per capire le scuole. Vi si colgono particolari che nessuna scuola in chiaro potrà chiarire. E va aggiunto il tam-tam tra i genitori. E le informazioni che rincorrono le informazioni. Che hanno il loro peso.

Quindi, sotto questo aspetto, checchè ne pensano al Ministero, il POFT è un oggetto che serve a poco.

Forse potrebbe avere un qualche appeal se fosse qualcos’altro, più vicino a quello per cui è stato pensato. Ma su questo   si ritornerà.

Può certamente servire – il POFT intendo – dentro un discorso di trasparenza di un servizio ancora importante, come amiamo pensare sia ancora quello scolastico; come certamente può servire all’amministrazione centrale, nel caso abbia tempo e voglia o necessità di capire di più su come una scuola funzioni.

Ma se è solo così, non siamo lontani dal rischio dell’adempimento formale: che interessa poco e poco mobilita e rende protagonista chi è chiamato a dargli gambe.

Temo che la proposta ministeriale prima richiamata, a cui pure vanno riconosciuti alcuni meriti,  non ci faccia fare grandi passi in avanti, se non si chiariscono alcuni aspetti di fondo.

Cercare di recuperare un’ottica diversa – e più centrata sugli obiettivi che ci stanno a cuore – è a questo punto un’impresa che può valere la pena tentare

A pensarci bene, a proposito di senso e di ottica, non è che bisogna andare lontano e mettersi a fare i ricercatori innovativi a tutti i costi. Anche perché, il senso e l’ottica, parecchie scuole se li sono chiariti e coltivati da mo’ in questi anni. Ricordiamoci che di POF parliamo da quasi 20 anni. E in questi anni molte cose sono cambiate nella vita delle nostre scuole. E anche le scuole …. non sono più quelle di una volta.

Comunque i punti fermi – si fa per dire – rimangono sostanzialmente i soliti che il ‘vecchio’ art. 3 del Regolamento continua ancora a richiamarci. E che il nuovo POFT, costruito in autonomia o sulla struttura di riferimento MIUR, non dovrebbero ignorare. Si pensa.

Un (quasi) decalogo per pensarci

  1. Un ragionamento, preliminare che fa ancora difficoltà a farsi strada quando parliamo di scuola . Si dice – e giustamente -: “La scuola o è un’impresa collettiva, o non è”; nel senso che difficilmente è in grado di affrontare le criticità che sempre più numerose e pesanti si incontrano sul suo cammino. È anche, per questo e altre molte e solide ragioni che non sto qui a richiamare, una organizzazione complessa. Ora, nessuna organizzazione complessa – e a maggior ragione, forse, una organizzazione complessa che è anche una istituzione formativa, per le sue problematiche aggiuntive e le speranze e le attese che l’accompagnano – può avere senso e dare senso alle proprie azioni senza un Piano costruito in base a una visione che ne indichi le direzioni di marcia, le coordinate e i traguardi in termini di attese rispetto alle quali mobilitarsi e organizzarsi. Insomma, un POFT prima di essere pensato come documento di una ‘istituzione in chiaro’ e utile a genitori e studenti per le proprie scelte formative, ha senso se si fonda sulla consapevolezza che è un documento fondamentale per sè come organizzazione; organizzazione che, per rispondere alle aspettative che sono dentro alla sua ragione sociale e che si declinano in base ai bisogni formativi dei destinatari, elabora una sua visione coerente e strategie conseguenti. Senza questa consapevolezza e queste motivazioni – di cui soprattutto i DS dovrebbero essere avvertiti -, si marcia, credo, in salita e un po’ anche nella nebbia. Disposizioni normative, richiami e chiarimenti dell’amministrazione centrale, se non ‘cadono’ su una cultura professionale di questo tipo, originano, per lo più, comportamenti burocratici, adempimenti, documenti pensati prevalentemente per il proprio sito e per il Ministero; o poco di più. La Palisse?
  2. Il POF nasce come strumento delle Istituzioni Scolastiche Autonome. Tant’è che, Regolamento dell’autonomia, viene previsto ed esplicitato nelle sue connotazioni subito dopo i primi due articoli. L’autonomia – vale la pena richiamarcelo – inaugura una diversa stagione per la nostra scuola: suo punto di partenza è la diversità e specificità dei bisogni formativi di ciascuna scuola e del territorio in cui essa opera. Da ciò la previsione di strategie – curriculari, didattiche, organizzative, educative – diversificate e mirate, specifiche. E il POFT è il documento che le esplicita.
  3. Il POF anche se triennale è il documento fondamentale, non l’unico. Ce ne sono altri importanti nella vita di una scuola, come il PA, il PAA, il Regolamento di Istituto, le programmazioni di materia e dei C.d.c., i progetti speciali…. Ma tutti, in qualche modo hanno a che fare col POF. Questo significa che considerarlo, come si vede in tanti POF, un contenitore universale non aiuta.
  4. La nozione di Piano rinvia poi ad azioni e percorsi, strategie e tempistica. Cioè a ‘cose’ operativamente impegnative, ad una progettazione ‘realizzativa’, se così possiamo dire. Ma, a rigor di logica, il Piano non è il Progetto
  5. Un piano di offerta formativa però, per risultare mirato ed efficace nei suoi contenuti e nella sua strategia, se non fa riferimento a un progetto di scuola (a una progettazione ‘ideativa’) – ha poco senso e poco valore. È la visione – le idee chiave per una scuola a misura della propria popolazione scolastica e che guardi avanti – la bussola di un Piano che ha chiare le direzioni di marcia e sappia prevedere luoghi, risorse e tempi giusti. Si tratta però di una visione concreta (già sperimentata in non poche scuole), che, partendo dall’Offerta Formativa messa a punto sulla base della precedente esperienza triennale[1], si esplicita
  • sia nella messa a punto delle priorità e relativi traguardi che si intendono assumere coerentemente nel triennio per le diverse aree dell’offerta formativa[2];
  • sia, insieme, nella messa a punto del percorso “ipotetico” per il quale siano previsti i processi, gli strumenti e tappe intermedie (con monitoraggio in itinere). Le migliori esperienze del triennio concluso confermano
  1. Comunque, un piano che nasce da un progetto e ad esso guarda, per essere soprattutto motivante ed efficace – non solo condiviso -, va costruito in modo che la comunità professionale – chiamata a dargli gambe – possa riconoscersi nel suo impianto complessivo e nella sua coerenza interna. Cosa si vuol dire? Si vuol dire che, non essendo l’unico documento della scuola e che altri documenti sono previsti per definire e chiarire aspetti specifici, il POFT è opportuno si concentri sull’offerta formativa declinata nei termini che la connotano. I quali non sono solo quelli del curricolo in senso stretto, ma anche della dimensione educativa del fare scuola e di quella organizzativa. I documenti di 50 pagine producono solo disorientamento. Soprattutto se l’editing è modesto. Un Piano produce valore se sa mettere ben in evidenza ciò per cui la scuola si sente impegnata in ragione della sua ragion d’essere: i traguardi comuni, le direzioni di marcia e le strategie formative (intese come azioni e pratiche integrate, convergenti e coordinate). Purtroppo la versione aggiornata dell’articolo 3 del Regolamento che offre L. 107, anche se nella sola sottosezione relativa agli organici, sotto questo aspetto, non aiuta.
  2. E ancora: l’idea di Piano per la scuola non è concepibile come Piano ingessato, che si dà una volta per tutte nell’arco del triennio (la sua nuova dimensione temporale). Le scuole sono realtà in movimento perché ha a che fare con adolescenti in formazione e che, per essere all’altezza, non può vivere in una turris eburnea. Perciò non può che essere un work in progress, da declinare in una logica di approssimazioni successive.
  3. La triennalità del Piano è un elemento di complicazione nella vita delle scuole? Punto interrogativo. Certo, essa pone problemi a istituzioni abituate a scandire la propria vita interna sull’anno scolastico e che ogni anno sono portate a ricominciare tutto (o quasi) sempre d’accapo. A ben guardare la triennalità, che anche ai tempi del POF era sperimentata in non poche scuole del Paese – per dire che l’Itali è lunga assai – è da considerare piuttosto come il frutto maturo e corroborante di una transizione qualificante per la nostra scuola: il passaggio dalla scuola che programma per obiettivi disciplinari, alla scuola che programma per competenze. Le quali – ma è la scoperta dell’acqua calda per i più -, per essere tali si nutrono sì, ordinariamente, di conoscenze disciplinari, ma si sviluppano e consolidano e affinano attraverso l’autenticità di compiti ed esperienze formative opportunamente pianificati. E richiedono pertanto – i processi formativi – tempi lunghi e distesi per una padronanza solida e intelligente. Ovviamente, per questo la triennalità da sola non basta. Ma è comunque opportunità imprescindibile.
  4. Gli indirizzi del DS, infine. Almeno per come si configurano nella L. 107, con tutti i passaggi previsti per la loro definizione, difficilmente – penso – possono essere considerati una diminutio per una scuola che coltivi una leadership aperta e partecipata. Sempre che siano in grado – ma anche questo è La Palisse – di portare a sintesi bisogni e attese di studenti, genitori, ma anche del territorio e del personale scolastico; e di ipotizzare direzioni di marcia in cui missione istituzionale e visione autonoma tendano, per così dire, a coniugarsi.

La piattaforma ministeriale: c’entra?

Riprendo, a conclusione, il precedente richiamo alla Piattaforma ministeriale per verificare se e in che modo i punti del quasi decalogo si ritrovano nella proposta ministeriale

Va risottolineato che l’operazione che il Ministero sta tentando nasce da un intento legittimo e per molti aspetti anche apprezzabile: favorire la costruzione di POFT di scuola su voci articolate, che valgano per tutti, per permettere la loro confrontabilità su aspetti basici dell’offerta formativa: si cresce e si migliora anche guardandosi intorno. Quindi si tratta di un’operazione che può far bene alle scuole. E anche – se c’è un’attenzione in questo senso – alle famiglie in cerca di informazione più efficacemente orientanti per la scelta della scuola per i propri figli. Tra l’altro, si intravedono nella semplificazionedell’indice proposto e nell’organizzazione dei contenuti in 4 sezioni, elementi di sostanziale condivisibilità. Anche se – va annotato – le due sezioni centrali (Le scelte strategiche e L’offerta formativa) hanno una così intricata articolazione interna da risultare a tratti scoraggiante. (Un rilievo negativo uguale e contrario si può fare invece per la Sezione 4 – su L’organizzazione – dove l’impostazione appare piuttosto riduttiva.).

Comunque su quella che pare una operazione di alleggerimento del lavoro delle scuole e di semplificazione a prima vista allettante, bisognerà ritornarci su. Perché qualche rischio si intravede già da subito. Ma forse è presto per dirlo.

Invece va rilevato subito che la sperimentazione della piattaforma in queste settimane ha fatto emergere altre criticità, sperabilmente superabili in successive versioni aggiornate della piattaforma. E, tra queste, soprattutto la rigidità della struttura, che esclude modifiche e correzioni, da parte delle scuole, sui dati non aggiornati o incongruenti che su di esse fornisce la piattaforma del SIDI per la ‘compilazione’ delle Sezioni.

Però l’elemento di maggiore debolezza sembra essere soprattutto la poca evidenza della dimensione progettuale (il PTOF come strumento della progettazione triennale) – che è, anche in base alla normativa di riferimento, aspetto centrale del Piano -, assieme alla irrilevanza della triennalità. Saranno sfuggite? Tra l’altro, non solo a me?

Comunque c’è da sperare che la sperimentazione della piattaforma da parte delle scuole che la stanno utilizzando offra riscontri utili per capire in che modo l’impianto può essere modificato e/o migliorato nei suoi aspetti critici e come la dimensione progettuale, ancora poco coltivata nelle nostre scuole, possa recuperare centralità e credibilità. E occasioni di sviluppo e consolidamento delle competenze professionali che ne sono alla base.

 

[1] La Rendicontazione, prevista a conclusione del ciclo anch’esso triennale dell’Autovalutazione di Istituto (Decreto 80/2013) – ora allineato all’arco temporale del PFT (e non solo) diventa, al riguardo, un aspetto fondamentale del processo di elaborazione del POFT.

[2] Quelle sensatamente previste dall’art. 3 (comma1) del Regolamento dell’autonomia sono, come è noto, le aree: curricolare, extracurricolare (relativa cioè al curricolo arricchito / potenziato), educativa e organizzativa.